Gli apostoli della morale
Quella glasnost punitiva che affossa i politici di Germania
Annette Schavan, ministro della Pubblica istruzione e dello Sviluppo, potrebbe essere la prossima a cadere sotto la scure della glasnost alla tedesca che da più di un anno impazza per il paese. La sua colpa pare essere la stessa dell’ex shooting star, il barone cristiano-sociale Karl-Theodor zu Guttenberg. Anche su Schavan pesa il sospetto di aver copiato ampi stralci della sua tesi su “La persona e la coscienza”.
22 AGO 20

Milano. Annette Schavan, ministro della Pubblica istruzione e dello Sviluppo, potrebbe essere la prossima a cadere sotto la scure della glasnost alla tedesca che da più di un anno impazza per il paese. La sua colpa pare essere la stessa dell’ex shooting star, il barone cristiano-sociale Karl-Theodor zu Guttenberg. Anche su Schavan pesa il sospetto di aver copiato ampi stralci della sua tesi su “La persona e la coscienza”. Secondo indiscrezioni, la perizia commissionata dall’Università di Düsseldorf, dove Schavan si è laureata, avrebbe rilevato in ben sessanta pagine su 351 evidenti prove di questo “reato”. Un bel pasticcio per il ministro se l’università dovesse giungere alle stesse conclusioni e dunque revocarle il titolo accademico. A poco servirebbero l’attestazione di solidarietà e stima per il lavoro svolto in tutti questi anni, che Angela Merkel ha voluto renderle per mezzo del suo portavoce Steffen Seibert. Non potrebbe che dimettersi. Già ai tempi dell’affaire Guttenberg, nulla aveva potuto la scelta rivendicata da Merkel di giudicare i suoi ministri non sulla base delle loro tesi, ma del lavoro svolto. Ora nessuno vuole difendere chi ha copiato di sana pianta, o usato stralci un po’ troppo ampi di opere altrui, facendoli passare per farina del proprio sacco. Ma non è un particolare ininfluente annotare che Schavan la sua tesi l’ha discussa ben 32 anni fa. E la domanda sul perché, trent’anni dopo, ci si prenda la briga di spulciare quel lavoro universitario è lecita. Così com’è lecito interrogarsi, più in generale, su cosa abbia scatenato ultimamente questa muta di “Moralapostel”, apostoli della morale, com’è stato soprannominato il sempre più folto gruppo di inquisitori che tiene sotto scacco le vite dei politici. Tornando a Schavan. Certo, c’è il precedente di Guttenberg. Allora, nel caso del ministro della Difesa, parte del mondo accademico provò prima a minimizzare, ma i segugi e la stampa continuarono a battere la grancassa, finché l’università di Bayreuth si decise a procedere a un attento esame e successivamente a revocare il titolo di laurea al barone. Nel caso di Schavan è stato il blog anonimo Schavanplag a mettere in moto in maggio la slavina, e questa volta si voleva reagire prontamente.
Sotto tiro anche Steinbrück
Ma sotto tiro non sono solo le tesi di laurea. Che dire dell’affaire Peer Steinbrück, esploso il giorno dopo la sua nomina a candidato sfidante di Merkel nelle politiche del 2013? Al socialdemocratico Steinbrück, nonché ex ministro delle Finanze durante la Grosse Koalition, viene contestato di aver guadagnato negli ultimi quattro anni cifre esorbitanti per interventi a convegni aziendali. Steinbrück si è difeso sottolineando che chi vuole può andare sul sito del Bundestag e controllare i suoi introiti. Già, ma lì, gli viene ribattuto, i deputati devono solo indicare in quale fascia, delle tre stabilite, rientrino i singoli guadagni extra Bundestag: i suoi sono quasi sempre in quella più alta, oltre i settemila euro. In secondo luogo, Steinbrück ha ribattuto che, trattandosi di prestazioni professionali, si è ovviamente fatto pagare dalle imprese, ma mai da associazioni, per le quali è sempre intervenuto a titolo gratuito. I suoi fustigatori vogliono però le cifre esatte, in base al sospetto che Steinbrück si sia reso “comprabile”. Così lui ora ha acconsentito a rendere noto, entro la fine del mese, il valore medio degli emolumenti, ribadendo in un talk-show che però “anche la privacy fa parte della dignità umana. E mi fa orrore l’idea dell’uomo trasparente, tipico delle dittature ma non di una democrazia”. Claus-Christian Malzahn, capo del politico del quotidiano Welt, ammettendo che anche i media hanno le loro colpe, spiega al Foglio: “Da una parte si vogliono politici lindi e trasparenti, stile Adenauer, Brandt, salvo poi giudicarli antiquati. Dall’altra, non vanno nemmeno bene quelli spregiudicati, alla Guttenberg”. O alla Christian Wulff, il capo di stato, di fatto costretto a dimettersi dalla pressione mediatica perché sospettato di essersi fatto pagare, quando era ancora governatore della Bassa Sassonia, le vacanze da un amico imprenditore. Certo i due casi, Wulff e Steinbrück non sono paragonabili. Contro il primo indaga la magistratura, mentre il secondo non ha fatto nulla di illecito. Bisogna stare attenti, ammonisce Malzahn: “Qui rischiamo di far fuori tutta una classe politica. E chi avrà, allora, ancora voglia di intraprendere questa carriera?”.
Sotto tiro anche Steinbrück
Ma sotto tiro non sono solo le tesi di laurea. Che dire dell’affaire Peer Steinbrück, esploso il giorno dopo la sua nomina a candidato sfidante di Merkel nelle politiche del 2013? Al socialdemocratico Steinbrück, nonché ex ministro delle Finanze durante la Grosse Koalition, viene contestato di aver guadagnato negli ultimi quattro anni cifre esorbitanti per interventi a convegni aziendali. Steinbrück si è difeso sottolineando che chi vuole può andare sul sito del Bundestag e controllare i suoi introiti. Già, ma lì, gli viene ribattuto, i deputati devono solo indicare in quale fascia, delle tre stabilite, rientrino i singoli guadagni extra Bundestag: i suoi sono quasi sempre in quella più alta, oltre i settemila euro. In secondo luogo, Steinbrück ha ribattuto che, trattandosi di prestazioni professionali, si è ovviamente fatto pagare dalle imprese, ma mai da associazioni, per le quali è sempre intervenuto a titolo gratuito. I suoi fustigatori vogliono però le cifre esatte, in base al sospetto che Steinbrück si sia reso “comprabile”. Così lui ora ha acconsentito a rendere noto, entro la fine del mese, il valore medio degli emolumenti, ribadendo in un talk-show che però “anche la privacy fa parte della dignità umana. E mi fa orrore l’idea dell’uomo trasparente, tipico delle dittature ma non di una democrazia”. Claus-Christian Malzahn, capo del politico del quotidiano Welt, ammettendo che anche i media hanno le loro colpe, spiega al Foglio: “Da una parte si vogliono politici lindi e trasparenti, stile Adenauer, Brandt, salvo poi giudicarli antiquati. Dall’altra, non vanno nemmeno bene quelli spregiudicati, alla Guttenberg”. O alla Christian Wulff, il capo di stato, di fatto costretto a dimettersi dalla pressione mediatica perché sospettato di essersi fatto pagare, quando era ancora governatore della Bassa Sassonia, le vacanze da un amico imprenditore. Certo i due casi, Wulff e Steinbrück non sono paragonabili. Contro il primo indaga la magistratura, mentre il secondo non ha fatto nulla di illecito. Bisogna stare attenti, ammonisce Malzahn: “Qui rischiamo di far fuori tutta una classe politica. E chi avrà, allora, ancora voglia di intraprendere questa carriera?”.